Il mercato del franchising italiano ha raggiunto i 39 miliardi di euro nel 2025, con un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente. I punti vendita calano lievemente, ma occupazione e fatturato crescono in modo significativo: il settore entra in una fase di consolidamento qualitativo. È il quadro del Rapporto Assofranchising Italia 2026, elaborato da Patrigest (Gruppo Gabetti) e presentato al Franchising Summit 2026.
Il rapporto analizza le insegne con almeno 5 punti vendita in franchising attivi in Italia. La chiave di lettura che emerge dai dati è quella di un settore che preferisce la qualità alla quantità: la rete si riduce leggermente, ma ogni punto vendita genera più valore e impiega più personale di prima.
39 miliardi di euro e 327.200 addetti: i numeri chiave del mercato nel 2025
Il giro d’affari complessivo del franchising italiano sale a 39 miliardi di euro nel 2025, con una crescita dell’8 % rispetto ai 36 miliardi del 2024. Il settore vale oggi l’1,7% del PIL nazionale, un punto percentuale in più rispetto all’anno precedente. Il dato che colpisce di più, però, è quello sull’occupazione: gli addetti nelle reti passano da 290.800 a 327.200, un balzo del 12% in un solo anno. Ogni punto vendita impiega in media 5,2 addetti contro i 4,5 del 2024, un incremento del 15 % che segnala un cambiamento nel modello operativo delle reti.
Sul fronte della rete fisica, il trend è inverso: le insegne operative scendono da 720 a 707 (-2%) e i punti vendita in franchising da 62.902 a 62.449 (-1%). Il numero medio di punti vendita per insegna cresce però leggermente, da 87 a 89. Meno reti, ma più strutturate: è la sintesi del consolidamento in corso.
La distribuzione per settore: l’abbigliamento guida i PVF, la GDO domina il fatturato
Con il 23% dei punti vendita totali, il settore dell’abbigliamento e degli accessori è il settore più capillare del franchising italiano. Servizi e GDO seguono entrambi al 15%, mentre le agenzie e i servizi immobiliari si attestano al 12%.
Il settore della ristorazione, pur essendo tra i settori più conosciuti dal grande pubblico, rappresenta appena il 9% dei PVF, a conferma di una frammentazione elevata tra brand di piccola dimensione. Abbigliamento, servizi, GDO e agenzie immobiliari insieme coprono oltre il 65% della rete.
La distribuzione del giro d’affari racconta però una storia diversa. La GDO, con appena il 15% dei punti vendita, genera da sola il 43,5% del fatturato complessivo: una concentrazione che riflette la scala operativa delle grandi reti in franchising della distribuzione. Al secondo posto si conferma l’abbigliamento con il 18,8%, seguito dalla ristorazione al 12,7%. I tre comparti insieme producono il 75% del giro d’affari totale del settore, lasciando agli altri dieci comparti – dai viaggi alla formazione – la quota residua.
Il 64% delle catene conta meno di 50 affiliati: struttura e fatturato per cluster
Il franchising italiano è per lo più un ecosistema di reti medio-piccole: il 64% delle insegne gestisce meno di 50 punti vendita in franchising. Il rapporto suddivide l’universo in cinque cluster dimensionali, ciascuno con una composizione settoriale caratteristica. Nelle reti piccole dominano ristorazione, abbigliamento e commercio specializzato; man mano che le dimensioni crescono, emergono GDO e servizi, fino ad arrivare alle reti grandi (oltre 500 PVF) dove i comparti prevalenti sono servizi e utilities, abbigliamento e agenzie immobiliari.
Sul piano del fatturato per punto vendita, la fascia più rappresentata è quella tra 300.000 e 500.000 euro annui, che raccoglie il 27,7% dei PVF. Circa un quarto degli esercizi (23,7%) supera i 700.000 euro di ricavi, una quota trainata quasi interamente dalla GDO. All’altro estremo, il 23,8% dei punti vendita fattura meno di 200.000 euro, a testimonianza della varietà di scale operative che convivono nello stesso sistema.
Investimento medio a 120.900 euro: i dati per settore e il gap tra percezione e realtà
Aprire un punto vendita in franchising costa in media 120.900 euro nel 2025, in crescita dell’1% rispetto al 2024. L’importo è rimasto stabile per il 50% dei franchisor e aumentato per il 44%, ma nasconde range molto ampi: si va dai 15.000 euro del 10° percentile ai 325.000 euro del 90°. La variazione dipende in larga misura dal settore: la ristorazione richiede in media 124.000 euro, seguita dalla cura della persona (100.000 €) e dall’abbigliamento (85.000 €). All’estremo opposto, formazione (13.000 €) e viaggi e turismo (15.000 €) presentano barriere di ingresso decisamente più contenute.
Sul fronte delle fee, il 70% dei brand richiede una fee d’ingresso, con un importo medio di 14.955 euro (+1,7% vs. 2024). Le royalties presentano una struttura eterogenea: la metà dei brand applica una royalty variabile sul fatturato, il 20% una royalty fissa mensile, mentre il 30% non prevede alcun canone periodico.
Un dato interessante emerge dalla rilevazione sulla popolazione italiana di maggio 2026: l’investimento iniziale non è la principale barriera percepita al franchising. Il primo motivo di non adesione è semplicemente il disinteresse verso la gestione di un’attività in proprio (40%), seguito dalla soddisfazione per la situazione attuale (22%) e dai vincoli percepiti nella gestione (21%). “Investimento iniziale troppo alto” si posiziona solo al quarto posto, citato dal 17% degli intervistati.
Il profilo dell’affiliato: genere, età, competenze e fattori di scelta della rete
Il franchisee tipo è un uomo tra i 40 e i 50 anni con esperienza pregressa nella vendita o nella gestione di un negozio. I dati confermano la prevalenza maschile (65% di uomini contro il 35% di donne), ma il 79% dei franchisor si attende una crescita della componente femminile nel prossimo triennio.
Per entrambi i generi, la fascia d’età più rappresentata tra i nuovi affiliati è quella tra i 30 e i 50 anni, con la fascia 40-50 che raccoglie il 36-37% dei nuovi ingressi. La quota di under 30 rimane limitata, al 7% tra le donne e al 10% tra gli uomini, e il modello di franchising è considerato uno strumento di autoimpiego fondamentale per questa fascia da oltre il 70% dei franchisor.
Il 55% degli affiliati arriva con un’esperienza pregressa nel commercio o nella vendita; il restante 45% sceglie il franchising proprio come modalità di primo ingresso nel mondo imprenditoriale. Quando si tratta di scegliere la rete, i candidati valutano prima di tutto la reputazione del brand e il supporto del franchisor (entrambi al 65%), seguiti dalla redditività del modello (47%) e dal potenziale territoriale (41%). Il costo di ingresso pesa invece molto meno di quanto si potrebbe immaginare, risultando determinante solo per il 6% dei candidati.
Dal lato dei franchisor, il profilo ideale è chiaro: flessibilità e capacità imprenditoriali sono considerate qualità essenziali dal 93% delle reti, davanti all’allineamento con i valori del brand (79%) e alla solidità finanziaria (64%).
Lo sapevi?
Nella pratica, però, è proprio la capacità finanziaria il principale elemento di disallineamento tra franchisor e franchisee: il 50% dei franchisor fatica a trovare candidati economicamente solidi, e il 36% segnala lacune nelle competenze imprenditoriali. Le competenze digitali, invece, non rappresentano alcuna difficoltà di reperimento.
Il 41% dei brand italiani è già all’estero: la presenza internazionale per cluster
Il franchising italiano guarda sempre di più oltre confine. Considerando tutti i brand attivi in Italia, il 53% ha già una presenza internazionale. La quota scende al 41% se si considerano i soli brand nati in Italia, ma il 20% di chi non è ancora presente all’estero dichiara l’intenzione di aprirvi punti vendita nel prossimo triennio.
La propensione all’internazionalizzazione cresce proporzionalmente alle dimensioni: le reti grandi (oltre 500 PVF) registrano il 56% di presenza internazionale, mentre quelle piccole si fermano al 37%. La soglia dei 200 punti vendita sembra essere il momento in cui le insegne italiane iniziano seriamente a pianificare l’espansione estera.
Otto tendenze strutturali che ridefiniscono il contesto del franchising
Il rapporto si chiude con una mappatura dei macro-trend che Patrigest identifica come forze di trasformazione del contesto in cui operano le reti. Alcune riguardano la demografia: l’invecchiamento della popolazione e la questione dell’affordability spingono verso modelli di business più accessibili e orientati alle fasce d’età mature.
Altre sono tecnologiche: il passaggio verso il phygital e la crescente centralità dell’IA ridisegnano i processi operativi e la raccolta di informazioni. Ci sono poi le tendenze legate alla sostenibilità, going green e cambiamento climatico, e quelle che intercettano nuovi stili di vita: il turismo come leva territoriale e il benessere individuale come driver di consumo. Sono questi gli otto assi lungo cui si muoverà l’evoluzione del franchising italiano nei prossimi anni.









