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Cos’è il franchising e come funziona davvero?

6 Min. di lettura
franchising

Capita di sentire parlare di franchising tanto per il negozio di quartiere quanto per una grande catena internazionale. Ma cos’è davvero questo modello, e come funziona in pratica per chi vuole aprire un’attività o far crescere il proprio brand? Questa guida spiega la definizione legale, il funzionamento e i vantaggi da conoscere prima di scegliere questa strada.


Secondo i dati presentati al Franchising Summit 2026 da Assofranchising, il settore vale oggi quasi 39 miliardi di euro di fatturato in Italia, con oltre 62.000 punti vendita affiliati e più di 327.000 persone impiegate nelle reti di franchising. Numeri che confermano un modello solido, capace di attrarre ogni anno migliaia di nuovi imprenditori.

In Italia il franchising, chiamato anche “affiliazione commerciale”, ha una definizione precisa: la fornisce la Legge 6 maggio 2004, n. 129, l’unica normativa italiana dedicata in modo specifico a questo modello.

Il testo lo descrive come un contratto scritto tra due soggetti indipendenti, stipulato per commercializzare beni o servizi in qualsiasi settore economico.

In parole semplici, il franchising è un accordo che ti permette di aprire un’attività usando un brand già conosciuto e un metodo di lavoro collaudato, in cambio di un pagamento iniziale e di versamenti periodici.

Nota bene:

Non diventi dipendente del brand: resti un imprenditore autonomo, ma operi seguendo le regole e gli standard fissati da chi ti concede l’uso del marchio.

Il contratto di franchising è il documento che rende ufficiale questo accordo. Senza una forma scritta, così come richiesto dalla Legge 129/2004, il rapporto tra le parti non ha alcun valore legale.

Le due parti coinvolte hanno ruoli ben distinti. Il franchisor (l’affiliante) mette a disposizione brand, insegne e know-how, e garantisce formazione iniziale più assistenza tecnica e commerciale per tutta la durata del rapporto.

Il franchisee (l’affiliato) versa una fee di ingresso e royalties periodiche, gestisce il punto vendita nella sede concordata e rispetta gli standard operativi della rete.

Il contratto deve inoltre specificare il metodo di calcolo delle royalties, l’ammontare dell’investimento richiesto, il contenuto del know-how trasferito ed eventuali clausole di esclusiva territoriale.

Al di là della definizione legale, il franchising cambia forma a seconda del settore e degli obiettivi di crescita del franchisor. Conoscere le principali tipologie aiuta a capire quale format si adatta meglio al proprio progetto, prima ancora di valutare una singola insegna.

Le categorie descritte di seguito non sono elencate in ordine di qualità: ognuna risponde a esigenze diverse, dalla vendita al dettaglio fino alla produzione industriale.

1. Franchising di distribuzione (o franchising commerciale)

È il modello più diffuso e il primo ad essere nato, tipico di settori come alimentari, abbigliamento e cosmesi. L’affiliato apre un punto vendita appoggiandosi a una rete già strutturata, con accesso a una gamma di prodotti pronta e al know-how commerciale necessario per venderli.

2. Franchising di servizi

Diffuso soprattutto nel settore della ristorazione in franchising, ma anche in quello della Bellezza e del benessere e nell’immobiliare, questo modello trasferisce all’affiliato protocolli e procedure operative già testate, dalle ricette ai processi di erogazione del servizio.

È la tipologia in maggiore crescita, spinta dai cambiamenti nelle abitudini di consumo degli ultimi anni.

3. Franchising diretto

Qui il franchisor segue personalmente ogni affiliato, senza intermediari: formazione iniziale, manuali operativi, supporto nella scelta della location e nella gestione quotidiana fanno parte del pacchetto.

Il vantaggio principale è la coerenza: il modello di business viene replicato senza variazioni, mantenendo gli stessi standard di qualità in tutta la rete.

4. Franchising multiplo o multi-unit

Un solo affiliato, il multi-unit operator, gestisce più punti vendita dello stesso brand in un’area definita.

Centralizzare la gestione riduce i costi fissi, mentre distribuire il rischio su più sedi rende il progetto più stabile nel medio e lungo periodo: una soluzione riservata a partner con solidità finanziaria comprovata.

5. Franchising industriale

Meno diffuso, ma presente soprattutto nella manifattura e in parte della ristorazione: collega chi produce a chi vende. Il franchisor cede tecnologia, brevetti di fabbricazione e procedure produttive, mentre l’affiliato realizza e commercializza direttamente i prodotti nel proprio stabilimento.

Come ogni scelta imprenditoriale, il franchising ha luci e ombre. Prima di firmare, conviene guardarle una accanto all’altra.

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I vantaggi del franchising

  • Un format già testato, con un brand riconosciuto e un know-how trasferito dal franchisor
  • Formazione iniziale e assistenza tecnica e commerciale continuativa
  • Rischio d’impresa più contenuto rispetto a un’attività avviata da zero
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Gli svantaggi del franchising

  • Fee di ingresso e royalties periodiche da versare al franchisor
  • Autonomia gestionale limitata dagli standard imposti dalla rete
  • Vincolo di zona che può limitare l’espansione autonoma

Il contratto di franchising, essendo un atto legale a tutti gli effetti, genera diritti e obblighi reciproci. Alla firma, entrambe le parti si impegnano a rispettarli, puntando a un obiettivo condiviso: la crescita del business.

L’affiliato versa una cifra fissa come diritto di ingresso, proporzionata al valore e al potenziale di sviluppo della rete. Il franchisor, dal canto suo, riceve le royalties, calcolate come percentuale sul fatturato oppure come importo fisso, versate a scadenze periodiche stabilite nel contratto.

Quanto dura un contratto di franchising?

Per i contratti a tempo determinato, la Legge 129/2004 fissa una durata minima di 3 anni. Questo margine garantisce all’affiliato il tempo necessario per recuperare l’investimento iniziale, prima di un’eventuale interruzione del rapporto.

In caso di inadempimento, ad esempio una formazione mancata o condizioni economiche squilibrate imposte a una delle parti, il contratto prevede misure di risarcimento proporzionate al danno subito.

Dal 30 giugno 2023, con l’entrata in vigore della Riforma Cartabia (Decreto Legislativo 10 ottobre 2022, n. 149), la mediazione è diventata obbligatoria anche per le controversie di franchising, come passaggio necessario prima di rivolgersi al giudice. Molti contratti prevedono inoltre una clausola di conciliazione riservata, pensata per tutelare la reputazione del franchisor durante la gestione del contenzioso.

Prima ancora della firma, il franchisor deve consegnare all’affiliato il Documento Informativo Precontrattuale (DIP), un dossier che riunisce bilanci, marchi utilizzati, elenco degli affiliati esistenti ed eventuali contenziosi pregressi. Questo passaggio garantisce la massima trasparenza prima di un impegno economico spesso rilevante.

Lo sapevi?

Il franchisor deve consegnarti il DIP almeno 30 giorni prima della firma del contratto. Se questo termine non viene rispettato, il contratto può essere considerato annullabile: verificalo sempre, meglio ancora con l’assistenza di un legale esperto in franchising.

Il franchising viene spesso confuso con la concessione di vendita, ma i due modelli non coincidono.

Nella concessione di vendita, il concedente autorizza un distributore a vendere i propri prodotti in una zona definita, senza però trasferire un vero know-how né un sistema di gestione standardizzato.

Nel franchising, invece, l’affiliato riceve un pacchetto completo: brand, metodo operativo, formazione e assistenza continuativa, in cambio di fee di ingresso e royalties. È proprio questo insieme di elementi, e non il solo diritto a vendere un prodotto, a definire il franchising come modello imprenditoriale a sé.


Domande frequenti su cos'è il franchising

Tra i vantaggi, un format già testato, l’uso di un brand riconosciuto e un rischio d’impresa più contenuto. Tra gli svantaggi, la fee di ingresso, le royalties periodiche e un’autonomia gestionale limitata dagli standard fissati dalla rete.

Il franchising prevede il trasferimento di marchio, know-how e assistenza continuativa in cambio di fee e royalties. La concessione di vendita è un accordo di distribuzione più semplice, senza trasferimento di know-how né uso strutturato del marchio del concedente.

Secondo il Rapporto Assofranchising 2025, l’investimento medio per aprire un’attività in franchising è di circa 120.900 euro, con una fee di ingresso media di 14.955 euro. I costi variano molto in base al settore e al brand scelto.

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