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Il mercato dell’abbigliamento in Italia nel 2026: dati, crisi e abitudini di acquisto dei consumatori

7 Min. di lettura
pantaloni e gonne in colori caldi naturali

Il settore dell’abbigliamento in Italia vale 58,39 miliardi di euro. Nel 2025, però, ha perso il 2,4% di fatturato, mentre ogni giorno abbassano la saracinesca decine di negozi. Tra crisi produttiva, trasformazione digitale e nuove abitudini di consumo, uno studio del Gruppo Teddy su oltre 5.800 clienti rivela perché il rapporto tra identità e vestiario non è mai stato così centrale.


Con oltre 372.200 addetti e 37.331 imprese, il comparto tessile-abbigliamento resta uno dei pilastri industriali del Paese. I numeri raccontano però una fase di transizione profonda, fatta di luci e ombre.

I dati del settore dell’abbigliamento più recenti raccontano un comparto in bilico tra solidità industriale e rallentamento della domanda. Osservare l’andamento di questo settore in Italia significa partire proprio da questi numeri.

Nel 2025 il comparto tessile-abbigliamento ha registrato un fatturato di 58,39 miliardi di euro, in calo del 2,4% rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal rapporto “Lo Stato della Moda”, presentato da Confindustria Moda a giugno 2026.

L’export resta il vero motore del settore. Le esportazioni valgono oltre 36,9 miliardi di euro, pari al 63% del fatturato complessivo, nonostante una flessione dell’1,6%.

Inoltre, il saldo commerciale rimane ampiamente positivo, superiore ai 10,4 miliardi di euro. L’Italia si conferma dunque il primo produttore europeo del settore, con circa il 30% della produzione Ue, e il secondo esportatore continentale a livello mondiale dopo la Cina.

La filiera conta 37.331 imprese e 372.200 addetti, pari al 9,5% dell’occupazione manifatturiera italiana. Un peso industriale che rende il settore abbigliamento in Italia strategico ben oltre il valore del suo fatturato.

I numeri del 2025 descrivono una moda italiana “in affanno”. Nei primi otto mesi dell’anno la produzione di tessile, abbigliamento e pelli è scesa del 6,6% rispetto allo stesso periodo del 2024, un calo più che doppio rispetto alla media della manifattura nazionale, ferma al -1,4%.

Le chiusure di negozi ne sono la conseguenza più visibile.

Nel secondo trimestre del 2025 si sono registrate 1.035 cessazioni di imprese del tessile, abbigliamento e pelli, di cui 843 riguardano attività artigiane. In pratica, 11 imprese al giorno hanno abbassato la saracinesca in quel solo trimestre.

Sul fronte del retail di prossimità, diverse analisi di settore segnalano un saldo negativo di alcune migliaia di punti vendita di moda e abbigliamento nel 2024, che si somma alle chiusure registrate negli ultimi cinque anni.

Lo sapevi?

La crisi non è uniforme. Mentre il retail fisico soffre chiusure e cali di fatturato, l’export italiano di moda resta tra i primi al mondo e il saldo commerciale complessivo del settore rimane positivo per oltre 10 miliardi di euro.

Tra le cause strutturali pesano l’aumento dell’import extra Ue, cresciuto dell’8,2% nei primi otto mesi del 2025, e in particolare quello dalla Cina, salito dell’11,8%. A questo si aggiungono i dazi statunitensi e una domanda globale più cauta sui beni di lusso.

Nel franchising italiano, l’abbigliamento gioca un ruolo di primo piano. Secondo i dati del Rapporto Assofranchising 2026 presentato al Franchising Summit 2026 a Milano, il settore dell’abbigliamento e degli accessori in franchising si conferma – con il 23% dei punti vendita totali – il comparto più capillare dell’intero mercato, davanti a servizi e GDO, appaiati al 15%.

Il peso del comparto si vede anche nel fatturato: l’abbigliamento genera il 18,8% del giro d’affari complessivo del franchising italiano, secondo solo alla GDO. Su un mercato che nel 2025 vale 39 miliardi di euro (+8% sul 2024), significa un giro d’affari di circa 7,3 miliardi di euro per il solo settore moda.

L’investimento medio richiesto resta inoltre più contenuto rispetto alla media generale: 85.000 euro, contro i 120.900 euro calcolati su tutti i settori del franchising italiano.

Un dato che aiuta a spiegare perché, nonostante le difficoltà del retail tradizionale, il franchising di abbigliamento continui ad attrarre candidati: barriere d’ingresso più basse, format già collaudati e il supporto di una rete strutturata. Di seguito, alcuni dei principali brand in franchising nel settore:

Terranova

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Terranova

Giovane, contemporaneo, solare, autentico

  • Negozi specializzati
  • 286 Sedi
  • Capitale proprio: 200.000 €

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Triumph

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Triumph

Lingerie da indossare e dimenticare

  • Negozi specializzati
  • 40 negozi
  • Capitale proprio: 40.000 €

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Intimissimi

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Intimissimi

Negozio di intimo e lingerie

  • Negozi specializzati
  • 485
  • Capitale proprio: n.c. €

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Calzedonia

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Calzedonia

Negozio di abbigliamento

  • Negozi specializzati
  • 574
  • Capitale proprio: n.c. €

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La trasformazione digitale nel settore dell’abbigliamento è ormai un fattore competitivo, non un’opzione accessoria. Mentre il retail fisico affronta la sua fase più difficile, il canale digitale continua a crescere.

Il mercato italiano dell’e-commerce moda vale circa 6,8 miliardi di euro nel 2025, con un tasso di crescita annuo tra il 12% e il 15%, superiore alla media europea.

La penetrazione dell’online resta però contenuta, intorno al 16% del fatturato totale del comparto moda. Il negozio fisico continua quindi a rappresentare il canale principale di vendita per la stragrande maggioranza del settore retail abbigliamento.

L’omnicanalità è diventata la vera priorità dei brand. Le insegne che integrano canale fisico e digitale, con servizi come il click and collect, riescono a intercettare un pubblico che compra sia online sia in negozio, spesso alternando i due canali nello stesso percorso d’acquisto.

Questa trasformazione crea anche nuove opportunità professionali. Le offerte di lavoro nel settore abbigliamento si spostano infatti sempre più verso figure come l’e-commerce specialist, il virtual visual merchandiser, il social media manager e gli addetti alla gestione dei sistemi Crm.

Restano comunque centrali le figure tradizionali della filiera, come stilisti, tecnici dell’abbigliamento e sarti specializzati nel taglio e nella confezione. La conoscenza dell’inglese, e spesso di una seconda lingua, è ormai un requisito ricorrente nelle selezioni.

Specchiarsi prima di uscire di casa è un gesto quotidiano, ma dietro c’è una valutazione psicologica e sociale tutt’altro che banale. La scelta dell’abbigliamento tocca temi come l’accettazione, il giudizio altrui e la necessità di adattarsi a contesti specifici, primo tra tutti quello lavorativo.

Lo studio del Gruppo Teddy: perché nasce e chi ha risposto

Per esplorare tale dinamica, il Gruppo Teddy, tra i principali gruppi italiani dell’abbigliamento con i brand Terranova, Rinascimento e Calliope, ha condotto un’indagine dal titolo “La tua idea di bellezza passa da ciò che indossi?”.

Lo studio ha coinvolto oltre 5.800 clienti, con una partecipazione a netta prevalenza femminile (92,3%) e una composizione anagrafica trasversale, guidata dai Millennials ma con una solida presenza della Generazione X e un’emergente Generazione Z.

I risultati: sentirsi a proprio agio conta più di piacere agli altri

Il peso del giudizio esterno risulta significativamente ridimensionato. Alla domanda su cosa significhi “sentirsi belli”, il 43,7% del campione indica come priorità assoluta il sentirsi a proprio agio, prima ancora di piacere agli altri. Seguono, in ordine, l’apprezzamento della propria immagine riflessa, la sicurezza personale e la capacità di esprimere la propria individualità.

Anche i criteri di scelta dei capi confermano questa impostazione. La vestibilità, cioè la capacità di valorizzare la propria figura, domina nettamente le preferenze con l’82,1% delle risposte. Segue l’impatto emotivo del capo, mentre il prezzo mantiene un peso strategico.

Le tendenze del momento pesano appena il 3,5%, il brand in sé solo l’1,9%. Non sorprende che l’83% degli intervistati colleghi il vestirsi bene a un maggiore benessere psicologico, trasformando la scelta dell’outfit in una forma di cura di sé quotidiana.

Circa la metà del campione dichiara inoltre di scegliere l’abbigliamento con l’obiettivo preciso di sentirsi pienamente sé stesso in situazioni specifiche, secondo quanto raccolto dall’indagine del Gruppo Teddy.

Negozio fisico e autonomia: come acquistano gli italiani

L’autonomia nella scelta dei vestiti si riflette anche nel modo in cui gli italiani fanno acquisti. Nonostante la crescita costante dell’e-commerce, il 77,6% dei consumatori dichiara di preferire il negozio fisico, vissuto come uno spazio di tempo dedicato a sé stessi.

Lo shopping resta inoltre un’attività prevalentemente solitaria.Il 69,8% degli intervistati preferisce acquistare in totale autonomia, e il 68% effettua le proprie scelte senza chiedere conferme ad amici o familiari, affidandosi al proprio gusto e, occasionalmente, alla professionalità del personale di vendita.

Il nuovo ruolo dei brand: da prodotto a idea di bellezza

Questo cambiamento ridefinisce anche il ruolo dei brand. Per il 67,3% del campione, i brand di abbigliamento non possono più limitarsi a vendere un prodotto: devono farsi portavoce di un’idea di bellezza in cui il cliente possa autenticamente riconoscersi.

Non si tratta più solo di vestire un corpo, ma di accompagnare uno stato d’animo nei diversi contesti quotidiani.

La ricerca della propria bellezza resta centrale per i consumatori italiani: una priorità assoluta per il 42,6% delle persone, un obiettivo ricorrente per un ulteriore 48,4%. Per il Gruppo Teddy, bellezza, accoglienza e realizzazione personale non sono soltanto dichiarazioni d’intenti, ma si concretizzano nel momento esatto in cui il cliente si riconosce in ciò che indossa.

Per le insegne di abbigliamento, il messaggio è chiaro. Comprendere il rapporto tra identità e vestiario non è più un dettaglio di marketing, ma una leva strategica quanto i dati su fatturato, export e trasformazione digitale.

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