Roadhouse è la steakhouse del Gruppo Cremonini che ha portato la cultura della carne alla griglia in Italia, con oltre 170 ristoranti attivi in 17 regioni. Il brand non apre le porte al franchising: la rete resta a gestione diretta, oggi coordinata da Chef Express dopo la fusione che ha creato un polo della ristorazione da 828 milioni di euro.
Chi cerca un’insegna a cui affiliarsi nello stesso segmento deve però guardare ad altri brand come Hamerica’s, Old Wild West e Burger King.
Si può aprire un ristorante Roadhouse in Italia? Franchising e collaborazioni
Chi valuta un investimento nel settore della ristorazione in franchising a tema americano – guarda spesso a Roadhouse come modello di riferimento. Tuttavia, non é possibile aprire un Roadhouse in affiliazione in Italia. Vediamo perché, e quali strade restano aperte per chi vuole comunque orientarsi verso altre insegne.
Roadhouse: la steakhouse del Gruppo Cremonini
Nato nel 2001, Roadhouse è stato il primo brand italiano specializzato in steakhouse. L’insegna fa parte del Gruppo Cremonini, conglomerato alimentare italiano attivo sia a monte, nella produzione e nella logistica della carne, sia a valle, nella gestione diretta dei ristoranti.
Il menu ruota attorno a tagli di carne alla griglia, burger gourmet e costine, affiancati da insalate e bowl più leggere.
Il locale punta su un’atmosfera rilassata, adatta a una cena tra amici quanto a un pranzo con i bambini, grazie ad angoli gioco dedicati e all’organizzazione di feste di compleanno. Apprezzato dal pubblico italiano, il brand ha una clientela fedele che oggi supera i quattro milioni di iscritti al programma fedeltà.
Ristoranti Roadhouse in Italia
La rete è presente in 17 regioni italiane e occupa oltre 1.000 dipendenti diretti. (Fonte: Roadhouse, sito ufficiale)
Roadhouse non opera in franchising
Roadhouse non propone contratti di affiliazione: ogni ristorante viene aperto e gestito direttamente dal gruppo proprietario, senza il coinvolgimento di imprenditori esterni.
La scelta risponde a una logica di controllo. La filiera della carne passa attraverso due partner strategici del Gruppo Cremonini: Inalca, che si occupa della produzione e della macellazione, e Marr, che gestisce la distribuzione dei tagli freschi ai singoli ristoranti. Mantenere la gestione in casa permette di garantire standard uniformi su qualità, sicurezza alimentare e servizio.
Dal 1° giugno 2025, la governance è cambiata ulteriormente: Roadhouse S.p.A. è stata fusa per incorporazione in Chef Express S.p.A., altra società del Gruppo Cremonini specializzata nella ristorazione in concessione presso stazioni, aeroporti e autostrade.
Con l’operazione, il gruppo ha scelto di riunire sotto un’unica regia le diverse insegne, puntando a semplificare la struttura societaria e a far leva sulle competenze comuni delle due reti per crescere più rapidamente.
Collaborazioni possibili
Anche senza affiliazione, restano alcune strade concrete per lavorare a contatto con la rete Roadhouse. Di seguito, le principali:
1) Lavorare in Roadhouse come dipendente
La strada più diretta resta l’assunzione. La rete ricerca regolarmente addetti di sala e cucina, team leader, assistant store manager e manager in training, con contratti che vanno dal part time di 8-24 ore settimanali per le posizioni operative a 24-40 ore per i ruoli con responsabilità di gestione.
Per il 2026 sono previste circa 200 nuove posizioni distribuite tra Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Marche, Sardegna, Puglia, Sicilia e Trentino Alto Adige, in coincidenza con nuove aperture di ristoranti.
Dove candidarsi?
Le candidature si presentano tramite la sezione dedicata al recruiting presente sul sito ufficiale dell’azienda, compilando un form online e allegando il proprio curriculum.
È possibile anche lasciare la propria candidatura direttamente presso il ristorante di interesse, chiedendo al responsabile di sala o al direttore quale sia la modalità più rapida per essere presi in considerazione.
2) Diventare fornitore della filiera Roadhouse
Il Gruppo Cremonini punta su una catena di fornitura al 100% italiana, con progetti dedicati alla valorizzazione dei piccoli produttori del territorio e alla consegna quotidiana di prodotti freschi nei punti vendita. Per le aziende agroalimentari italiane, questo significa una porta d’accesso indiretta al brand, anche senza affiliazione commerciale.
L’accesso alla filiera carne resta comunque presidiato da Inalca e Marr, i due partner storici del gruppo. Un produttore locale interessato deve quindi rivolgersi a queste realtà, oppure proporsi come fornitore di prodotti complementari come verdure, pane o bevande.
3) Proporre uno spazio per una nuova apertura
Le nuove aperture Roadhouse nascono spesso dentro centri commerciali, retail park o zone ad alto passaggio, selezionate direttamente dal gruppo. Chi possiede o gestisce un immobile commerciale in una posizione strategica può segnalare lo spazio alla rete, che valuta le location secondo i propri criteri di traffico e bacino di utenza.
È il caso della recente espansione in Sardegna, dove al ristorante già attivo a Cagliari si affiancheranno un secondo Roadhouse e un locale a marchio Calavera all’interno di un centro commerciale vicino all’aeroporto di Cagliari Elmas.
Qual è la strategia di sviluppo di Roadhouse per il 2026?
La fusione con Chef Express, perfezionata nel 2025, è il pilastro della strategia attuale. Il nuovo gruppo unico gestisce oltre 600 punti vendita in Italia e all’estero, per un fatturato complessivo di 828 milioni di euro e quasi 9.900 dipendenti.
L’obiettivo, dichiarato nel comunicato ufficiale, è costruire una piattaforma capace di sostenere l’espansione futura sia in Italia sia in Europa.
Sul fronte della crescita organica, la rete continua ad aprire nuovi ristoranti e a rafforzare la propria presenza nelle regioni dove è ancora meno diffusa, come dimostra il piano di reclutamento avviato per il 2026.
I valori dietro la crescita di Roadhouse
Oltre alla filiera 100% italiana, il Gruppo Cremonini ha adottato volontariamente il Modello 231 e un Codice Etico per governare i comportamenti quotidiani della rete: un impegno che accompagna la crescita dei punti vendita e rientra tra i valori comunicati ai clienti.
Inoltre, la sostenibilità pesa sempre di più nelle scelte del gruppo. I ristoranti attingono in misura crescente a energia rinnovabile e ospitano impianti fotovoltaici pensati per abbattere i consumi, mentre packaging e stoviglie stanno virando verso materiali compostabili al posto della plastica tradizionale.
In cucina, alcuni strumenti digitali aiutano il personale a calibrare le quantità e a contenere gli scarti alimentari. A testimoniare l’impegno sul fronte sociale, la certificazione SA8000, rilasciata da un ente terzo indipendente.
Questi elementi, insieme alla fedeltà dei clienti già iscritti al programma R World, spiegano perché il brand continui a crescere restando fuori dal circuito del franchising.
Quali sono le possibili alternative a Roadhouse in franchising in Italia?
Il mercato della ristorazione italiana resta uno dei più dinamici del terziario, ma il settore della ristorazione in franchising, in particolare, si conferma un canale di crescita particolarmente robusto.
Il franchising italiano, nel suo complesso, registra un giro d’affari di 39 miliardi di euro, in crescita dell’8% sul 2024, con la ristorazione che pesa per il 12,7% del totale, oltre 62.000 punti vendita affiliati e un investimento medio di circa 124.000 euro per aprire un locale.
Dunque, per chi punta a un investimento in affiliazione nello stesso segmento di Roadhouse, la scelta si concentra su tre reti italiane specializzate in carne alla griglia e cucina di ispirazione americana: Hamerica’s, Old Wild West e Burger King.
1) Hamerica’s: il fast casual all’americana in crescita
Nata da un ristoratore con la passione per la cucina statunitense, Hamerica’s conta oggi quasi 40 locali in 17 città italiane e ha servito oltre 5 milioni di clienti. L’investimento per aprire un ristorante in franchising varia tra 50.000 euro e 100.000 euro, in base alla location scelta.
Il brand lavora su ricette semplici ma curate, con alcune varianti più elaborate, e si presenta come un format più accessibile rispetto ad altre insegne del settore.
2) Old Wild West: la steakhouse del Gruppo Cigierre
Nato nel 2002 e affiliabile dal 2005, Old Wild West appartiene al Gruppo Cigierre ed è oggi una delle insegne più diffuse sul mercato, con oltre 266 ristoranti in Italia, spesso all’interno di centri commerciali e zone cinema.
L’investimento richiesto va da 900.000 euro a 1,2 milioni di euro circa, con una fee di ingresso di 50.000 euro, royalties del 5% sul fatturato e un contributo marketing del 3%.
3) Burger King: un fast food internazionale con un modello consolidato
Presente in Italia con una rete consolidata, Burger King richiede un investimento compreso tra 600.000 euro e 1 milione di euro, con almeno il 40% di capitale proprio disponibile all’avvio.
Il contratto prevede un diritto di ingresso e royalties mensili del 6%, più un contributo del 5% destinato al fondo pubblicitario comune. Le vendite medie annue di un ristorante si collocano tra 1 milione e 1,6 milioni di euro.











