Porpetta vuole fare con la polpetta quello che le catene di fast food hanno fatto con l’hamburger. Il format romano punta su una produzione centralizzata e su un servizio che non supera i due minuti, con un piano da 35 punti vendita in cinque anni e un franchising previsto a partire dal 2028.
Il progetto è ancora in fase di avvio. Porpetta ha aperto un round seed per finanziare i primi locali pilota a Roma, dove il piano prevede due punti vendita nel 2026. Il sito del brand non indica ancora indirizzi né date di apertura.
Alla guida c’è Christian Calcagno, fondatore, con 15 anni nel food service, che oggi guida un’impresa di alimenti confezionati in atmosfera protetta e una società di distribuzione food & wine. Al suo fianco, il cofondatore Stefano Palmacci porta l’esperienza nello sviluppo di software basati sull’intelligenza artificiale.
Niente cucina nei locali, la produzione resta in un solo stabilimento
Il cuore del modello è la filiera. Le polpette escono già pastorizzate da un unico impianto, attivo anche per altri clienti della ristorazione. Confezionate in atmosfera protetta, viaggiano con la catena del freddo e si conservano per 30 giorni.
Al punto vendita resta solo l’ultimo passaggio: riscaldare e servire, entro due minuti, senza cuochi qualificati in squadra.
Le polpette che lo stabilimento di Porpetta può produrre in un’ora, secondo il brand. (Fonte: Porpetta)

Per un futuro affiliato, il vantaggio è evidente: meno attrezzature, meno personale specializzato, aperture più rapide di un locale con cucina completa. Il rovescio è la dipendenza da un solo fornitore, la centrale della rete, da cui passano qualità e continuità degli approvvigionamenti.
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Un piatto di casa nel formato dello street food
« La polpetta è il nuovo hamburger », è lo slogan con cui Porpetta si presenta. Il brand si smarca dalle polpetterie esistenti, che classifica come fast casual: servizio al tavolo, attese più lunghe, costi da ristorante. La sua scommessa è un piatto della tradizione domestica, da mangiare anche camminando, con un’identità italiana che le catene di burger non possono rivendicare.
35 punti vendita in cinque anni, secondo le stime del brand
Il piano triennale parte dalla capitale. Nel 2026: 2 locali e 1,3 milioni di euro di ricavi stimati. Nel 2027: 5 punti vendita e 3,9 milioni. Nel 2028: 9 negozi e 8 milioni. A cinque anni l’obiettivo sale a 35 punti vendita e oltre 25 milioni di euro, con l’estero dal quarto anno.
Sono proiezioni, non risultati. Divise per il numero di locali, implicano ricavi medi tra 650.000 e 890.000 euro per punto vendita: un’asticella alta per un format costruito su un solo prodotto, che le prime aperture romane dovranno confermare.
Un franchising atteso dal terzo anno, dopo i locali pilota
L’affiliazione non è ancora aperta. Porpetta prevede di avviarla dal terzo anno, dopo aver rodato il format nei punti vendita diretti. Un calendario coerente con la Legge 129/2004, che chiede al franchisor di aver sperimentato la propria formula sul mercato prima di costruire una rete.
Lo sapevi?
Fee di ingresso, royalties e investimento per punto vendita non sono pubblici. Il brand invia modello economico e proiezioni solo dopo un primo contatto. In ogni caso, il franchisor deve consegnare il Documento di Informazione Precontrattuale (DIP) almeno 30 giorni prima della firma.
I prossimi segnali da seguire sono la chiusura del round seed e l’apertura effettiva dei due locali romani. Saranno i loro numeri a dire se la polpetta regge i ritmi e i margini di un fast food, e se la rete potrà davvero aprirsi agli affiliati nel 2028.











